Ultimamente sono stata tutto tranne che una buona comunicatrice. Una comunicatrice, sì, ho parlato tanto, tanto. Voltandomi indietro mi sembra di aver seminato un campo intero di parole. Questo vuol dire essere dei bravi comunicatori? Prolifici, non bravi.
In seguito all'attentato con statuetta meneghina al nostro Presidente del Consiglio, sono stati riempiti paginoni, dalle prime pagine delle più prestigiose testate e poi avanti pagine pagine pagine e dibattiti in tv e interi programmi (a volte intere serate) di fatti, retroscena, dichiarazioni e avventure dei protagonisti, scavate fino al più piccolo dettaglio inquadrabile dall'occhio dell'ardimentoso cronista. A questi si sono aggiunte le tante battute prodotte dai co-protagonisti, politici e cittadini, prontamente fotografate nero su bianco o montate e mandate sullo schermo che ce le canalizza direttamente su un comodo piatto da portata fin nel nostro salotto.
E noi lì comodamente seduti a ricevere, pensando di informarci e, in realtà, a farci invadere da questi fiumi di parole, spesso, inutili. E così ci si sente appesantiti, quasi sull'orlo di una indigestione, sul punto di rigurgitare tutto. Proprio a quel punto si decide per lo stop.
Così anch'io, negli ultimi tempi, sento di aver parlato un po' troppo di me, enfatizzando impressioni, reazioni, riflessioni, che avevano una costante: me per protagonista. D'improvviso, riguardandole con l'occhio della mente, mi sembra di aver prodotto una valanga di discorsi che hanno avuto come tema un soggetto che, nel suo rapido fluire, cambia. Sbaglia, impara dagli errori, diventa più saggio e si chiarisce sempre meglio le idee sulle cose. In una parola...Inafferrabile. Bella, mi piace. "Inafferrabile".
E sull'onda di questa inafferrabilità, che oggi mi ispira particolarmente perché mi dà il senso liberatorio della leggerezza, ho deciso di farmi farfalla. Staccarmi dal suolo delle 'menate', come dicono qua, degli 'affanni', come avrebbe forse detto con maggior stile il Sommo Poeta. Fini incisioni mentali di un momento fugacemente svanito.
È questo che voglio: liberarmi dal peso dell'ego per farmi davvero osservatore della vita, delle persone, delle situazioni, dei luoghi e delle emozioni, anche solo delle sensazioni, che a volte questo ego appanna e rende difficile cogliere, rendendoci tutto tranne che dei buoni visori e quindi tele-visori.
Si parte dal silenzio.
Il resto il narratore lo scopre scena per scena, libero dalla zavorra di un protagonista accecato di un racconto, in fin dei conti, un po' noioso.
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